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3月30日

C'è sempre una prima volta

 
Ci eravamo incontrati che la situazione era strana. Rapporto ambiguo come possono essercene stati tanti nella vita, ma in questo caso era diverso. Non saprei dire perché. La risposta, probabilmente, la diede lei in inglese tre giorni dopo, ad un tavolo in cui quattro persone sfruttavano quattro lingue diverse per potersi intendere. Ok, cinque, se vogliamo considerare anche il catalano.
Quando due persone si trovano e si riconoscono, il resto ha poca importanza.
Ci salutammo che la vita era cambiata per entrambi. Mentre spariva dietro il check in rimanevo in piedi, immobile. Più tardi, sulle note di Cristicchi, avrei scoperto che quell'atarassia era solo un'illusione, e avrei capito quanto intenso possa essere l'amore.
Fumando quella sigaretta vedevo scorrere nella mente le immagini, una dopo l'altra in forma di fotogrammi.
Io e lei fuori dal Prat, lei che leggeva e quasi tremava, io, dietro di lei, spostavo lo sguardo dalla grafia inclinata a sinistra ai suoi grandissimi occhi chiari. Io e lei su quelle scale mobili, lei davanti a me quando salivamo, io davanti a lei quando si scendeva, per poterci guardare, negli occhi, costantemente, e lasciarci andare. Le nostre mani intrecciate, ogni singolo istante si cercavano, si trovavano, si serravano l'una sull'altra. Io e lei seduti sul tetto della Pedrera, a parlare di amore e religione e vite passate, io e lei in piedi stretti l'uno contro l'altra ad osservare la città che si stendeva sconfinata ai nostri piedi.
Io e lei abbracciati,e potevo sentire le lacrime senza vederle, ed allora ci stringevamo forte, sapendo che sarebbe toccato anche a me, ma quello non era il momento. Io e lei seduti sul materasso, a parlare di quello che la vita ci aveva regalato e ci aveva tolto d'un colpo, ma senza rabbia, con dolcezza, oserei dire poesia. Io e lei mano nella mano, e cinque tipe allucinanti spuntavano da ogni angolo per dirigerci verso il Paradiso incarnato nel Santa Locura. Io e lei alla barra in un bar del gotico, a perderci nelle nostre anime e a prometterci eterna fedeltà, come in quei film che ti strappano una lacrima alla fine e ti dici "Però, se capitasse a me, una cosa così".
Io e lei a rotolarci nella sabbia, leggeri, azzarderei felici, per scoprire al brusco risveglio che leggeri lo eravamo veramente, senza soldi, identità, contatti con il mondo. Io e lei che reagivamo ridendo, correndo, e questa volta veramente sembrava un film di Muccino, e non c'era bolla di sapone che tenesse perchè era quella l'unica, irreale realtà. Io e lei di corsa per le strade, e le metro arrivavano sempre mentre la scala mobile si fermava nel corridoio, per portarci seduti l'una sull'altro verso un nuovo istante di surrealtà.
Io e lei in mezzo ad altra gente, e tutti la amavano com'è giusto che sia, io e lei tra gli sconosciuti, trattati con gentilezza, coscienti, chissà, di quello di grande che nasceva tra noi.
Io e lei immersi a lume di candela, e le parole tra di noi chiarivano i pensieri, no, nessuna bolla di sapone, non questa volta, che non c'era bisogno di lasciarsi il ricordo perfetto da poter rimpiangere in eterno se c'era la possibilità di credere in quell'amore nato per caso, cresciuto in poche ore, culminato in un'intensità che mai ho visto negli occhi della gente che mi circonda. Io e lei, squarciati dalla vita a volte, a vivere uno di quei sogni che se sei fortunato ti capitano una volta sola. E che molti, chiudendo gli occhi per sempre, rimpiangono di non aver vissuto mai.
Io e lei a dirci ti amo immersi nello squallore, metafora di un cielo Senzastelle tutt'attorno che ci riservava quell'unica, vibrante, sfera di intimità. Passo dopo passo, sincronizzati, e io osservavo la scena e mi chiedevo come fosse possibile, come potesse un cuore grande quanto un pugno scaturire un sentimento tanto forte, tanto immediato, tanto surreale.
Immerso nella semioscurità guardo ciò che resta nella mia stanza. Pile di vestiti, un cimitero di bottiglie e cartoni, mozziconi di sigarette, l'arazzo caduto a terra. E nell'aria, quella fragranza di fragola che sa della pelle di lei che ancora sento tra le dita, sulle labbra, tra le gocce del mio sangue.
Un ultimo tiro di Marlboro, a guardare le letterine bianche con le mani serrate tra gli occhi.
C'è una prima volta per tutto. Una prima volta per partire, una per lasciar tutto indietro, una per rischiare, una prima volta per amare e sentirsi amati e capire che l'Amore, quello vero, può esistere,ed è bello viverlo fosse anche solo per qualche giorno.
C'è una prima volta in cui ci si rende conto che gli istanti vissuti resteranno unici, irripetibili, indelebili.
Come quando parlavamo nell'orecchio, sembra tutto cosi irreale, dicevamo, meraviglioso, come in quei film che non avevamo visto mai, quei film che ti fan venire una gran voglia di sentirti vivo, e ti lasciano con l'amaro in bocca perchè la vita non è cosi, salvo qualche imperdibile occasione di cui eravamo stati testimoni ed interpreti.
Queste pareti avranno sempre un sapore speciale. Sono intrise dei ricordi di noi, del sapore di lei, delle titubanze e delle nostre emozioni.
E questo è solo l'inizio. Ho smesso di aver paura da molto tempo.
Adesso che la vita mi ha mostrato che era giusto crederci.
Adesso che il mio cielo Senzastelle ha un barlume color Indaco.
 
Mi hai dato il tuo calore
 Mi hai dato il tuo colore
Prendi la mia Mano
 e Viaggiamo Insieme
 
3月19日

In Viaggio, parte seconda. Ovvero, "A subir hasta el Final!"

 
Tornati a Barcellona avevamo organizzato una cena per i reduci di Valencia. A quel tavolo eravamo io, Davide, Laia, Daniela, Marco e Valerio, con espressioni che ricordavano i tempi autodistruttivi di Zaragoza. Su quel tavolo, faceva bella mostra di sé una damigiana d'acqua da dieci litri. La prima volta che bevevamo acqua ad una cena, pensavo. Mangiavamo pasta, guardavamo insieme le foto, ridevamo sui video che avevamo girato. Difficile pensare che tutto ció fosse accaduto soltanto poche ore prima, quando ormai sembrava un fatto consolidato da settimane. Seduto su quel divano, ho avuto uno dei miei istanti di depersonalizzazione. Per pochi secondi guardavo le cose dall'esterno, questa compagnia di persone che si conoscono da pochi mesi e che si comporta come se fossero amici da una vita, il tempo dilatato all'impossibile, legami talmente solidi da risultare impensabili per gente che -pochi mesi fa- nemmeno sapeva della reciproca esistenza.
 
Tutto era iniziato sugli ormai familiarissimi tavolini del bar della facoltá. Lei era indecisa,non sapeva se venire a causa di un rapporto ambiguo in via di deterioramento. Io, nell'ingrato quanto abituale ruolo del Migliore Amico Comune ad Entrambi, intervallavo i miei consueti silenzi a qualche frase assestata qua e lá. Quella sera, davanti alla Estació Norte, lei fu la prima ad arrivare. Noi quattro, seduti su quelle panchine e a terra un cimitero di Sangria, a ridere leggeri, perchè è la leggerezza la dimensione piú adeguata a un gruppo di ventitreenni con la fortuna di vivere un anno lontano, da tutto, da tutti, da noi.
 
Arrivammo alle due del mattino, ce ne andammo alle dieci del giorno dopo. In mezzo, eventi per poter scrivere un libro. La caccia al centro della festa per poi scoprire che il centro della festa eravamo solo noi, l'incontro con gli svizzeri di fronte ad uno scorcio di surrealtá, Luca che piomba nella nostra vacanza strappando la sua mappa e precipitando da un carrello trascinato da una ragazza alta la metá di lui. Quella bolla di sapone in mezzo alla bolgia, io che le parlavo Valenciano -io che non l'ho nemmeno mai ascoltato, il Valenciano- come pretesto per una chiacchierata di un'ora e mezzo seduti sui tavoli di un bar, a cercare la veritá nel fondo di un Cortado e a distinguere la differenza che c'è tra un'Anna e una Danese, differenza che - sono sicuro- in fondo non esiste. Difendevo una tesi indifendibile, sostenevo che la bellezza di un rapporto non è nel suo concretizzarsi quanto nella forza scenografica dell'incontro,  il mio amico che ogni tanto parava la fiumana, per tradurre smozziconi di parole casuali alla catalana che era con noi. Quella notte trascorsa sotto un ponte, come veri clochard, e il giorno dopo a mangiare e bere insieme a un'associazione di organizzatori, gentilmente invitati in quanto "italiani desiderosi di assaggiare la cucina valenciana". Un giorno la smetteró di dire stron#ate.
 
L'insieme di tormentoni nati dal nulla, l'ineffabile DLC, il servizio fotografico piú agghiacciante della storia,io che mi allontanavo di soppiatto sembrando un vero fidanzato, e poi tutte quelle persone che arrivavano, si sedevano attorno a noi quattro accampati di fronte ad un cumulo di lattine, erano loro- le comparse incontrate casualmente in questi mesi apparivano portando in dono buste di alcolici, come quei personaggi secondari di una serie che appaiono all'inizio e vedi ricomparire nel corso della storia, e ti strappano un sorriso mentre mormori " guarda un po' chi si rivede".
 
E' un cumulo di sensazioni che ti fa ritrovare dopo 24 ore, con le mani ancora un po' tremanti e il cervello fuori sede, a tentare di imprimere i ricordi nell'indelebile, lasciando da parte per un istante la bellezza della prosa, un tasto dopo l'altro,cercando di Subir Hasta el Final di questa meravigliosa parentesi che guardiamo con stupore, come quei fuochi artifiali che esplodevano alti, colorati, e noi laggiú, vicini, stretti od abbracciati, perfetti sconosciuti legati dall'esperienza di vivere.
3月12日

Il Mondo delle Bolle di Sapone

 
Ero in una compagnia strana, quella sera.
Io, un'amica che avrei accusato ripetutamente di essere gelosa, una francese capitata li un po' per caso che si sarebbe defilata istanti dopo, una tedesca, e un esercito di suoi connazionali, il più rappresentativo dei quali si sarebbe rivelato nel corso della notte essere gay e avrebbe voluto constatare se le libere vedute del sottoscritto arrivassero a tanto, per ricevere l'ormai canonico e automatico due di picche.
Non avevo chiaro cosa stessimo facendo. Ci aggiravamo per le strade intorno alla chupiteria alla ricerca della terra promessa incarnatasi nel Moog. Fu allora che successe.
"Tens el foc, sisplau?"
Mi girai , portando istintivamente la mano all'accendino, e fu allora che la vidi.
Era bella, questo si. Ma non era tanto questo.
Ci guardammo. A lungo. Alcuni, interminabili secondi. E anche accesa la sigaretta rimase lì, di fronte a me.
A pochi centimetri di distanza i nostri occhi continuavano a cercarsi. E non c'era parola che rompesse il silenzio. Anzi si, quel suo Merci, seguito dal mio De Res, non avevano distrutto proprio nulla, giacchè continuavamo a stare lì, con le mani a metà , senza alcuna ragione...
Le chiedevo con la voce piu bassa di un'ottava Però dove vai, lei mi rispondeva, rimaneva lì, con quel sorriso strano sul viso che solo avevo visto in qualche film in stile Muccino. Io e lei, sospesi in una bolla di sapone mentre il mondo attorno rallentava vertiginosamente fino quasi a fermarsi come quel silenzio , sacro , che precede gli eventi più impensabili. 
Interminabili secondi.
Poi il tempo prese a scorrere di nuovo, rapidissimo, la fiumana ci avvolse e ci trascinò via, aveva le facce delle sue amiche che la prendevano sottobraccio, ridevano, di lei, di noi, della situazione, la spingevano via.
Lei continuava a guardare verso di me, incespicando, facendo quella mezza resistenza che avrebbe dovuto farmi correre lì, da lei, se non fossi stato ancora avvolto in quella sfera meravigliosa e malinconica al tempo stesso. La seguivo con lo sguardo, anche mentre spariva dietro l'angolo i nostri occhi si cercavano.
Avrei dovuto andare anche io dove andava lei, la mia improvvisata compagnia decise di non appoggiarmi -gli eventi della serata mi avrebbero fatto capire perché le cose erano andate in questo modo.
E sono questi i frammenti della mia vita, istanti di surrealtà, personaggi fantastici o improponibili che appaiono e scompaiono dopo istanti, lasciandomi quel sapore strano nella bocca che, sebbene conosca ormai meravigliosamente bene, ancora non riesco a chiamare per nome.
Credo che la mia vita abbia un che di poetico che ancora non riesco a capire. E che anzi mi lascia lì con la sigaretta accesa, un sorriso strano e nella testa le parole Ma che diavolo è successo?
E adesso tra pochi giorni a Barcellona può succedere di tutto. Terremoto, Supernova o Bolla di Sapone, il bello della vita è che non riesco mai a prevedere in quale modo riuscirà a sorprendermi, anche questa, la prossima, un milione di prossime volte.
 
3月2日

Meravigliosa, Pazza Vita

 
Eravamo seduti a quel tavolo nella sua cucina, io e un vecchio amico conosciuto in sordina nel mio primo anno di Università, in quell'ormai lontanissimo 2002. Eravamo a Bologna, ero tornato lì da Barcelona per salutare il mio compagno di stanza, che laureatosi se ne andava .
Seduti a quel tavolo ci lasciavamo andare a quelle piacevolissime conversazioni surreali che tanto mi sono mancate in questi mesi, quelle conversazioni che puoi sostenere solo se hai un vissuto comune, e cioè un insieme di storie, aneddoti e citazioni comuni, per cui potresti parlare di insensatezze e con esse riuscire ad esprimere tutte le varietà dell'animo umano.
E tra tante parole, gettò lì una frase. Lì per lì non ci avevo fatto caso.
"Conosco tanta gente che per la tua Vita ti invidierebbe. Vorrebbe essere al posto tuo"
No, non riuscivo a capirlo.
Io che non ho mai concluso nulla nella mia vita. Io che non ho una ragazza stabile da quattro anni. Io che l'ultima volta che ho conosciuto l'Amore l'avevo inseguito quattro interminabili anni, e una volta stretto tra le braccia l'ho distrutto e lasciato andar via, così, senza un perché. Io che da quando sono arrivato qui a Barcellona potrei raccontare quanti più disastri vi possano saltare per la testa. Derubato, sfrattato, in casa con delle piante di coinquilini, con degli amici disastrati quanto me, segato nell'unico esame su cui ho puntato tutta la mia vita, sono passato attraverso Fibromialgie, bronchiti, risse con pakistani, voci diffamanti messe in giro ad arte da ragazze tedesche, amici che poi amici in fondo in fondo non sono.
Sì, continuo a passarne tante. E se c'è una cosa che devo dire, non ho tempo di annoiarmi.
Mi sono disperato per un treemezzo in psichiatria, a me!, e mentre ci sfogavamo bevendo birra sdraiati sui tavoli della facoltà coglievo l'unicità del momento. Mi sono azzuffato per recuperare la borsa di una mia amica, ho urlato al ladro che ero napoletano -io ? chi ci è mai stato a napoli? c'è gente meravigliosa, a napoli- e che la mia mafia lo avrebbe ammazzato come un cane, per vedermi consegnare la borsa nelle mani e veder scappar via terrorizzato l'assalitore, mi sono risvegliato dentro un metro con le tasche tagliate e ho riso constatando che il karma non esiste.
Nella mia vita non c'è niente di certo. Non c'è una ragazza che mi aspetti col sorriso sulle labbra. Ci sono un milione di rapporti ambigui che non portano mai da nessuna parte, e che mi fanno sperare per poi deludermi ed esaltarmi una volta ancora.
Non ci sono amici nel vero senso della parola. Ci sono alcune persone con cui ho condiviso gioie e dolori, che han visto il meglio ed il peggio di me, e chi di loro ha accettato il bene ed il male del mio carattere è legato a me a doppio filo, ben sapendo a quali follie può condurre tutto ciò.
A Bologna mi sono risvegliato in una casa che non era quella dove avrei dovuto essere, e sui gradini di un condominio due notti dopo. In nessuno dei due casi avevo la minima idea di come ci fossi arrivato. Siamo entrati in due in un bar sconosciuto, abbiamo chiuso noi il locale dopo aver fatto amicizia con le gestrici. Senza di te ci annoiamo, mi ha detto l'altro in quell'occasione. Non credo sia un complimento, nel dubbio ho fatto un sorriso, oserei dire sincero.
E' un cocktail di surrealtà, che ogni volta mi fa gridare basta con questa vita. Divento astemio , antitabagista e vegetariano, cerco di regolare la mia vita. E ogni volta so che questo andrà a durare solo tre giorni.
E allora venga, questa meravigliosa, pazza vita, che mi dà gioia sfrenata e depressione profonda, che mi fa costruire alterego per poi gettarli in mare e provare a esser solo me stesso, per poi ricominciare da capo, in un gioco senza capo né coda ma che mi fa sentire incredibilmente Io.
Per favore, non invidiatemi. Io invidio le vostre vite così lineari, così semplici, a voi che esce tutto così stupendamente bene e che riuscite a ottenere ciò che volete senza passare attraverso i Nove Cerchi dell'Inferno, a voi che avete così chiaro sempre tutto.
Io invidio le vostre vite così quadrate. Ma una vita normale no, non potrò mai averla. Perchè io sono così.
E naufragar m'è dolce in questo mare.