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5月31日

L'Abusivo

 
Scorreva sotto i miei piedi, quest'Italia tanto amata quanto odiata, scivolava tutt'attorno come pellicola d'essay. Il vento sulla faccia ed i Baustelle nelle orecchie, ridevo tra di me pensando alla definizione che un ubriaco sbarazzino mi aveva affibbiato solo una settimana prima, Generatore di eventi Irreali.
 
Eppure laggiù, novello pendolare tra Molfetta, Fasano e Pozzo Faceto, non avrei nemmeno dovuto esserci.
"Tu vieni, mi chiami e poi vediamo lì per lì" aveva fatto P. con la sua aria da attempato buontempone. Ed eccomi in un altro di quei miei viaggi dell'ultimo secondo, Bologna, San Benedetto, Pescara, Fasano, Pozzo Faceto, Molfetta in 36 ore, un amico che non vedevo da anni ad ospitarmi, e si che amici non lo eravamo mai stati sino in fondo.
Su il sipario, l'ingresso trionfale che qualunque aspirante Genio della Medicina vorrebbe per sé : Io entro, tu mi segui, io esco, tu resti lì con nonchalance. Persino il mio trolley viene spacciato per altrui, e nessuno avrebbe più fatto caso a me in seguito. Un interessante parallelismo tra l'abusivismo edilizio e quello personale.
 
In Slide Show passano le immagini nella mia mente. Le mie compagne di avventura, conosciute mentre occupavo -abusivamente, per l'appunto- il loro taxi, saremmo in seguito diventati inseparabili, le ore passate in convegni e caffè a discutere di Neuropsichiatria, Teatro e (il mondo è un fazzoletto) Gioco di ruolo.
 
E quel viaggio in bus, strade strette e scortate di ulivi, l'Autista Gentile, lui si che lavorava noncomequell'altro, salutava vecchietti e conoscenti al suo passaggio da quindici orari. Sorridevano, ampi cenni delle mani, il me che era stato bambino incollato al vetro si perdeva nei radi ricordi di quella terra rossa, quel mondo che sonnecchiava ancora, si stiracchiava piano, io che ho sempre odiato la lentezza mi trovavo a desiderare per me stesso una vita in più per nascere lì, e chissà come sarebbe crescer qui i miei figli, mi chiedevo. Terra di gente che si incrocia, si ferma, si saluta e trova da dire, di vecchietti che entrati nel bar dicono buongiorno alla platea, salvo poi posizionarmisi dinanzi perché io, riscopertomi nordico, non sono (ero) solito rispondere agli sconosciuti, andarsene solo quando riavuto il saluto che spetta loro di diritto.
Strade che scorrono a picco su quel mare opalescente, sotto quel solo che sapeva di abbraccio. E quel viale, dal cancello alla Prigione dorata, che distava infinitamente più che dal cancello al paese.
 
Medici sconosciuti facevano a gara per offrirmi caffè per poi andar via, senza presentarsi e senza nemmeno permettermi un grazie, io che non avevo certo il piglio dell'Inflessibile Moderatore Una domanda una-il terzo giorno si sarebbe meritato il mio odio, ma con cordialité.
E noi si volteggiava, tra simposi e sigarette, e poi la sera scappavo a Molfetta, accolto come fratello, camminavo tra quei minareti di bianco e riflessi di luna che tanto sapevano di magia, mi aggiravo per le vie seicentesche, scoprivo Molfettesi d'America e d'Australia, tra prove di teatro e partite di Bang! sfilavo alto sulle mura laddove nemmeno i locali si inerpicavano, respiravo quell'aria di sale portata dal mare, ogni volta notte fonda che poco importava il lavoro quando hai la percezione che stai vivendo qualcosa di unico e da assaporare sino in fondo.
 
Al Relais ormai ero di casa,persino nel mio consueto ruolo non sospiravo imbarazzo. "Come ha detto che si chiama ?" "E' che temo che ...coff... il mio nome non ...coff... sia nella lista"  "Ah." " Sono sotto il nome di ... coff... P." "E che vuol dire ?" "E che ne so io ? Chiedetelo a lui !" "Beh, quand'è così ecco il tuo attestato"
 
Ed infine ecco arrivare il momento tanto atteso, entravo in giacca e pantaloni di fino dietro un cespuglio, ne uscivo in costume color azzurro pugno oculare, circondato da cravatte mi gettavo in acqua, nuotavo, sotto quel cielo azzurro vivo, nuotavo e respiravo, conversando con sconosciuti di tesi e di progetti, di aspettative, speranze e sogni tutti da realizzare.
 
Ed infine i saluti, a nuovi amici che van via, e poi noialtri, ancora sconosciuti e ancora insieme, parlare di presente e di futuro, vedute e vecchie e nuove idee, le mie amiche si allontanavano in cerca di qualcuno che sapesse come farmi tornare in stazione, io restavo lì, sigaretta in mano, a colorare la notte che scendeva.
 
Tre forme di vita in lontananza.
"Ciao ragazze, sapete se passa ancora il bus ?" -"No" "No" "Aspetta, ho un orario dei bus proprio da questa stazione quella dei treni nel portafogli !"
"Come ?"  -"Eccolo qui, ma purtroppo è appena passato guarda !" "Però possiamo aiutarti lo stesso, andiamo in piazzetta e se incontriamo qualcuno che conosciamo ti cerchiamo un passaggio !"
Un colpo di clacson, un vetro abbassato, si sporge una testa calva dall'aria bonaria, grida Buonasera !
"Detto fatto, ecco il passaggio ! Intanto raccontaci qualcosa di te, ti va ?"
 
 
Decisamente, amo questa vita...
 
 
 
 
 
5月15日

Malandrino Pluff

 
L'avevo visto aggirarsi davanti la Feltrinelli, le chiedevo Lo riconosci ?
Il nostro ineffabile poeta ci raggiunse in Santo Stefano, noi avvolti nell'incompletabile -per fortuna!- missione del milione di baci, lui deviò, forse inibito, verso un'altra coppia dall'aspetto più altero.
La lei dell'altra coppia era al telefono, blaterava di mattinate da passare al Sant'Orsola e di poco tempo da dedicare al suo interlocutore, anzi no, la sua agenda le liberava una mattinata il mercoledi, l'avrebbe incontrato, forse.
Il poeta si schiarì la voce, offrì una poesia in cambio di qualche spicciolo per sopravvivere.
La lei in questione lo squadrò, e se solo avesse avuto gli occhiali da sole gucci se li sarebbe sfilati con garbo.
"Shoccia, una poeshia... Ashcolta, io cinquanta centeshimi per la poeshia te li do pure, ma tu mi raccomando non mi adulare"
E con un sorriso disinvolto aggiungeva
"Non adularmi che non ne ho bishogno"
Lui fece buon viso a cattivo gioco, sfilò un bigliettino dalla camicia, glielo porse.
Per tutta risposta lei scoppiò a ridere.
"Ma che delushione, queshta è una poeshia standard, non me l'hai nemmeno personalizzata"
 
La mia di lei mi fissava inorridita, senza abbassare la voce le rispondevo "I medici sono così, quelli che frequento io sono delle belle eccezioni"
Lui rimaneva in piedi aspettando i suoi risicati 50cents, lei leggeva e scherniva.
Quando lo chiamai, che noi la poesia la volevamo davvero, lui non parve nemmeno sollevato.
E non credo c'entrassero i fantasmi che sosteneva di vedere, o quei discorsi un po' sconnessi: penso che la vita, di calci come quello, gliene avesse riservati molti, e sicuramente più feroci della lingua tagliente di una studentessella universitaria, che siccome studia Medicina crede di essere dio.
 
Ascoltammo la sua storia con piacere, parlammo con lui.
Ed io che oggi ho finito gli esami e mi chiedo se dovrei esser felice per questo, spero che la professione medica che un domani intraprenderò non mi porti via i sentimenti e l'umiltà.
Anzi, ne sono certo: non glielo permetterò.